Ultima modifica: 10 settembre 2017

Secondaria I grado Cogliate

Scuola Secondaria di I° grado “D. Buzzati”
V.le Rimembranze – Cogliate (MB)
Tel. 02 / 96.60.613
E-mail: secondaria.cogliate@iccogliate.gov.it
Codice meccanografico: MIMM866013

 


Biografia

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Dino Antonio Buzzati Traverso nasce nella villa di famiglia presso San Pellegrino, località alle porte della città di Belluno. Il padre è Giulio Cesare Antonio Buzzati Traverso (1862-1920), celebre giurista veneziano proveniente da un’illustre famiglia bellunese, mentre la madre, Alba Jessica Mantovani (morta nel 1961), era diVenezia e imparentata con una famiglia del patriziato (i Badoer)[senza fonte]. È il terzo di quattro fratelli: gli altri sono Augusto (1903-?), Angelina (1904-2004) eAdriano Buzzati Traverso (1913-1983) (quest’ultimo diverrà poi un noto genetista). La famiglia Buzzati Traverso trascorreva le estati nella villa a Belluno e il resto dell’anno a Milano, dove il padre — docente di diritto internazionale — lavorava alla neonata Università Luigi Bocconi, dividendosi tra questa e l’insegnamento alla più antica Università di Pavia.

La villa di famiglia e la biblioteca, fondamentali nella formazione dello scrittore, meriterebbero una storia a parte. Nei primi anni della sua infanzia lo scrittore presentò una grande attenzione e sensibilità per le arti figurative e per la musica, imparando a suonare a dodici anni pianoforte e violino, abbandonando però in seguito gli studi. Connaturato alla crescita di Buzzati è anche l’amore per la montagna, che lo porterà a scalare e a sognare le montagne per tutta la vita. Dopo i primi anni, e dopo la morte del padre, a quattordici anni, Buzzati si iscrive al più rinomato liceo di Milano, il Parini, dove conoscerà Arturo Brambilla, che in seguito diventerà il suo migliore amico; i due si cimentarono anche in duelli di scrittura, da cui nacque la prima produzione letteraria dell’autore bellunese. Con lui inizierà una fitta corrispondenza che continuerà sino alla prematura morte di Brambilla, lasciando un vuoto incolmabile nella vita dello scrittore. La loro fitta corrispondenza durata tutta la vita verra’ pubblicata nel volume “Lettere a Brambilla”[senza fonte].

In questi anni Buzzati scopre l’interesse per la cultura egizia (nelle lettere con Brambilla si firmerà a lungo Dinubis) e per Arthur Rackham. Terminati gli studi superiori Buzzati inizia a mostrare le prime velleità letterarie iniziando a pensare di scrivere un romanzo, e si iscrive a giurisprudenza per assecondare le volontà della famiglia e per proseguire la tradizione (i due fratelli infatti avevano intrapreso strade diverse iscrivendosi l’uno a ingegneria e l’altro a biologia).

Nel 1928, poco prima di terminare gli studi universitari, entra, dopo un curriculum scritto con una splendida calligrafia, come praticante al Corriere della Sera del quale diverrà in seguito redattore, ed infine inviato. I suoi articoli al Corriere furono relativamente pochi, in quanto vi lavorò a lungo con l’importante qualifica di 

titolista (chi pensa ai titoli degli articoli). Sempre nel 1928 anno si laurea in giurisprudenza con una tesi dal titolo La natura giuridica del Concordato.

Nel 1933 uscì il suo primo romanzo, Bàrnabo delle montagne, al quale seguì dopo due anni Il segreto del Bosco Vecchio. Da entrambe le opere furono tratti film ad opera di registi italiani: il primo girato da Mario Brenta nel 1994, il secondo da Ermanno Olmi nel 1993.

Fra il 1935 e il 1936 si occupò del supplemento mensile La Lettura.

Il 9 giugno 1940 Buzzati pubblicò il suo più grande successo: Il deserto dei Tartari, scritto l’anno precedente (il titolo originale doveva essere La fortezza, poi fu cambiato su suggerimento di Leo Longanesi, che lo pubblicò da Rizzoli[2]), dal quale nel 1976 Valerio Zurlini trasse il film omonimo. In quegli anni Buzzati cominciava a dedicarsi ai suoi fortunati racconti brevi, talvolta pubblicati anche sulle pagine del Corriere. Accanto all’attività narrativa, Buzzati continuò la sua 

attività di giornalista: quando uscì Il deserto dei Tartari era inviato di guerra ad Addis Abeba per il Corriere. Il 25 aprile fu suo l’editoriale di commento allaLiberazione che uscì sulla prima pagina del Corriere con il titolo Cronaca di ore memorabili.

Nel 1946, Buzzati cambiò editore passando a Mondadori.

Nel 1949 fu inviato dal Corriere al seguito del Giro d’Italia, all’epoca la manifestazione sportiva più seguita nella penisola. Nello stesso anno Il deserto dei Tartari usciva in lingua francese, riscuotendo un lusinghiero successo. Nacque allora la popolarità di Buzzati in Francia.

Nel 1958 vince il Premio Strega con la raccolta Sessanta racconti.

Con un tono narrativo fiabesco, Buzzati affrontava temi e sentimenti quali l’angoscia, la paura della morte, la magia e il mistero, la ricerca dell’assoluto e del trascendente, la disperata attesa di un’occasione di riscatto da un’esistenza mediocre (Le mura di Anagoor, Il cantiniere dell’Aga Khan, Il deserto dei Tartari), l’ineluttabilità del destino (I sette messaggeri) spesso accompagnata dall’illusione (L’uomo che voleva guarire). Il grande protagonista dell’opera buzzatiana è proprio il destino, onnipotente e imperscrutabile, spesso beffardo (come ne Il deserto dei Tartari). Perfino i rapporti amorosi sono letti con quest’ottica di imperscrutabilità (Un amore)[3]. La letteratura di Buzzati appartiene al genere fantastico, anche se talvolta presenta vicinanze al genere horror.

Fra i suoi ultimi scritti rientra I miracoli di Val Morel, pubblicato nel 1971 e non più ristampato. Il libro è una raccolta di finti miracoli, che nell’invenzione dell’autore sarebbero stati attribuiti a Santa Rita dalla tradizione popolare, e ispirati alla località di Valmorel di Limana.

Accanto all’attività di scrittore e giornalista, Buzzati si dedicava alla pittura (terrà con successo anche alcune mostre) e al teatro, dando vita a un sodalizio con il musicista e direttore di orchestra Luciano Chailly, curando personalmente anche le scenografie delle sue rappresentazioni. Interessanti le esperienze come sceneggiatore, che lo videro collaborare con Federico Fellini alla stesura de Il Viaggio di G. Mastorna, il progetto che il regista inseguì tutta la vita, e che non ebbe mai luce. Sempre per il cinema, e probabilmente per lo stesso Fellini, realizzò anche il racconto e trattamento “Se sono grasso che male c’è”, andato purtroppo disperso.

Fu, da un certo punto di vista, un autore molto realistico che affrontava la gente con i temi della solitudine e dell’angoscia. Uno dei pochi in Italia a promuovere i canoni della letteratura fantastica.

Le sue ceneri verranno disperse sulla Croda da Lago[4].Morì di tumore al pancreas (male che già causò il decesso del padre nel 1920) alla clinica “La Madonnina” di Milano il 28 gennaio 1972.

 

 


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  • Italiano, storia, geografia, cittadinanza e costituzione (9 ore TN) – (15 oreTP)
  • Attività approfondimento (1 ora TN) – (1/2 ore TP)
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  • tecnologia (2 ore)
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  • arte e immagine (2 ore)
  • scienze motorie e sportive (2 ore)
  • musica (2 ore)
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